Drunk Turtle. Il futuro del vino passa (anche) dalla Valdera.

La Drunk Turtle, che abbiamo avuto il piacere di visitare nella sua area di fabbricazione e sperimentazione soprattutto, è una giovanissima azienda della Valdera (Pisa), con base operativa nel comune di San Giuliano Terme, specializzatasi in vasi vinari, che già sta riscuotendo un buon successo a cominciare da Oltralpe. Dietro la ragione sociale c’è il guizzo intuitivo di chi la sa lunga in materia di elementi da costruzione, di varia forma natura e storia, che gli ha dato il la per farsi apprezzare: stiamo parlando del suo creatore, il designer Moreno Chiarugi.

A freddo mi viene da pensare che una qualità da sempre riconosciuta agli italiani è senza dubbio l’ingegno e ancor di più la capacità di re-inventarsi nei momenti di difficoltà, per non dire di crisi. Là dove sembra non esserci niente di concreto, l’italiano ha quell’innata capacità di intravedere qualcosa che gli altri appunto non riescono a vedere.

Parlando con Moreno Chiarugi,ci sembra calzante questa nota; lui, progettista esecutivo in uno studio associato di architettura in quel di Ponsacco, in un periodo come questo di profonda stagnazione del settore edilizio, un bel giorno, dopo che un amico enologo gli aveva commissionato un contenitore per l’affinamento di un vino, ha la brillante intuizione di tornare alle origini della conservazione del vino.  Quasi per gioco, facendo prove prima in cemento, comincia ad  utilizzare il “cocciopesto” come materiale per creare nuovi vasi vinari che abbiano caratteristiche innovative e diverse dai recipienti  normalmente usati in enologia, e che permettano di non influenzare la maturazione e la conservazione del liquido immesso. Da qui nasce la Drunk Turtle, la sua anfora, è proprio il caso si dire.

E’ il cocciopesto la vera novità – ed ha tutte le carte in regola per diventare subito una star dei contenitori ad uso alimentare per il vino e non solo.

Le sue caratteristiche (riportate dalla scheda tecnica) sono:

“Il contenitore in cocciopesto DT presenta una finitura esterna dalla caratteristica colorita grigio-rosata, risultato della combinazione del cotto macinato nell’impasto e una grana superficiale più irregolare. Grazie all’utilizzo nell’impasto di colata di inerti lapidei e granulati di cotto opportunamente rigenerati, con una minima aggiunta di legante idraulico, possiamo tranquillamente affermare che il nostro vaso vinario, rispetto a quelli presenti sul mercato in cemento, acciaio, legno e terracotta, è quello più ecosostenibile.”

Per il cocciopesto infatti non viene fatto uso di cottura in forni di nessun tipo ma gettato direttamente in stampi dove il conglomerato pressato prende la forma desiderata, lo stesso processo per il basamento fornito a completamento dell’anfora, quest’ultimo è “di forma circolare di altezza 30 cm che permette l’inserimento dello scarico totale e della tinella.” Seguono gli accessori in acciaio inox standard e optional su richiesta.

La capacità volumetrica del vaso vinario è di 3,4 ettolitri per il più piccolo, adatto a prove di sperimentazione, passando per i 5, 10, 17 e arrivando ai 25 ettolitri, chiaramente aumentando in peso e in altezza.

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“Certificazione d’idoneità al contatto con gli alimenti in conformità al reg. CE 1935/2004.”

Nell’attesa di nuovi sviluppi da raccontare, e ce ne sono già di buoni come la “piccola” anfora Opus da 3 hl, ultima nata della gamma già prodotta, fa un enorme piacere, anche a noi di Degustatori per caso, toccare con mano le buone idee – e quando si parla di vino poi! Sapendo che nascono (anche) in casa nostra.

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drunkturtle.it

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Informazioni su massimo dini

Pisano, assaggiatore di vino iscritto all’ O.n.a.v.; da sempre appassionato di enogastronomia, amante del territorio,sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da degustare.

Pubblicato il 1 giugno 2016, in Aziende con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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